Chi siamo

 

Storia dell'associazione

Il progetto e lo stile dell'Associazione

Lo Statuto

L'associazione e la stampa

 

 

 

 

STORIA

Il 23 giungo del 1994 , davanti al Notaio, viene costituita l’Associazione CARCERE APERTO con sede in Monza.

Nasce per desiderio di un piccolo gruppo di volontari riuniti intorno all’allora cappellano Don Daniele Turconi che da poco ha preso servizio, all’interno del nuovo complesso della Casa Circondariale, in Via Sanquirico, 9.

La grande costruzione viene a sostituire il piccolo carcere di Via Mentana. L’ubicazione, alla periferia della città, è caratteristica delle carceri sorte in quegli anni, quasi ad esprimere immediatamente il desiderio di tenere lontano ciò che la società sopporta con disagio.

I primi volontari cercano di rompere questo isolamento, costituendo così l’avanguardia di quella società esterna che, negli anni successivi, si farà sempre più presente attraverso attività, cooperative, progetti; un contributo che, infine, sarà sempre più apprezzato e incoraggiato dalla stessa istituzione penitenziaria.

Attualmente fanno parte dell’Associazione una cinquantina di volontari provenienti da Monza e dai comuni limitrofi, diversi per competenze ed esperienze.

 


IL PROGETTO E LO STILE DELL'ASSOCIAZIONE

 

Presentiamo attraverso un estratto del “Manuale” per i volontari il progetto e lo stile che anima l’Associazione.

 

1. VOLONTARI, MEMBRI DELL’ASSOCIAZIONE

 

“un gruppo di volontari vuol dire
molti occhi che vedono la sofferenza dei detenuti,
molte orecchie che ascoltano il loro lamento,
molte mani che offrono la loro solidarietà,
molte voci che si fanno voce di chi non ha voce”

(don Daniele Turconi, Cappellano e
fondatore dell’Associazione)

 

Persone semplici

Lo stile della nostra azione è quello della semplicità. Ci facciamo prossimi e offriamo la nostra partecipazione alle sofferenze, riconoscendo la nostra impotenza a risolvere i problemi della persona e della struttura, quando superano le nostre capacità e le nostre competenze. Portiamo solo la nostra persona, povera di potere e di “cose”, ma ricca di significato e di valori per cui vivere. Accogliamo con simpatia anche chi ci rifiuta “perché non facciamo niente”.

 

Piccoli passi

Man mano che si aprono spazi per un’azione più efficace a servizio dei detenuti, li occupiamo volentieri, se le risorse ce lo consentono: attività religiose, culturali, ricreative, ...interventi su problemi specifici, problemi giuridici, ecc… Col tempo e con la pazienza dei piccoli passi cerchiamo di aggiornare e rendere sempre più significativa la nostra presenza.

 

Progetto globale

Questi piccoli passi devono essere inseriti in una visione globale dei problemi: non dobbiamo spendere tutte le nostre energie solo per interventi a breve termine: “Se uno ha fame, non dargli il pesce, insegnagli a pescare”. Dobbiamo avere in mente un progetto di carcere “rispettoso della dignità della persona umana”.

E’ necessaria un’analisi attenta e completa della situazione, dei bisogni che non hanno risposta, delle carenze della struttura. Questa analisi verrà portata, se necessario, a conoscenza delle autorità responsabili e anche dell’opinione pubblica. A volte bisognerà avere il coraggio anche di denunce profetiche. Più spesso sarà utile elaborare progetti fattibili da sottoporre agli amministratori, offrendo la nostra collaborazione per la loro realizzazione.

 

Formazione permanente

L’Associazione è lo strumento che ci permette il confronto e la preparazione indispensabili per la nostra delicata attività; ciascun volontario, attraverso la partecipazione alle assemblee mensili, alle giornate di studio e ai corsi di approfondimento dà il proprio contributo alla vita associativa e riceve la forza che deriva da un cammino percorso insieme.

 

 

2. NORME LEGISLATIVE

 La peculiarità della nostra azione è data da una precisa norma legislativa che, prima ancora della legge sul volontariato, definiva i volontari come strumenti partecipativi al compito dello Stato di rendere la pena risocializzante e la limitazione della libertà non distruttiva della dignità della persona.

Gli articoli dell'Ordineamento Penitenziario (Legge 354/1975) che ci definiscono in modo specifico sono:

 Vi è poi il Regolamento di Esecuzione (D.P.R. 230/2000):

La Costituzione della Repubblica italiana così si esprime:

 

 

3. COMPETENZE DEL VOLONTARIO

 L’opera del volontario deve essere volta a:

3.1.  Sostegno morale

Il sostegno viene manifestato sostanzialmente porgendo attenzione al detenuto, non solo con le labbra, ma con il cuore. Per il volontario non sarà un “caso”, ma una persona con un nome, un volto, una storia; persona a cui accostarsi con grande rispetto e serenità d’animo.

L’atteggiamento fondamentale è l’ascolto.

La persona detenuta è una persona essenzialmente sola, separata dai suoi affetti, privata della libertà e bisognosa, soprattutto, di un annuncio di speranza, di misericordia, di comprensione e di solidarietà. A volte è senza colloqui, come succede a chi non ha una famiglia o si trova lontana o ha interrotto i rapporti  (è la situazione di molti extracomunitari, di tanti tossicodipendenti). Il volontario può contribuire a ridurre l’isolamento dal mondo esterno con la propria presenza e mediando altre relazioni.

A volte il detenuto cerca di attirare l’attenzione su di sé, chiede lo stesso intervento a più volontari (o altre persone, insegnanti, personale cooperative, ecc.) per essere sicuro di trovare la soluzione ai suoi problemi; cerca di impietosire. Il volontario deve prestargli attenzione e comprendere la situazione; ma nello stesso tempo non deve farsi strumentalizzare, rischiando di fare interventi inutili o dannosi.

Altri invece assumono un atteggiamento rassegnato, non prendono iniziativa. E’ utile aiutarli ad uscire dalla situazione di apatia e vittimismo, ad assumersi delle responsabilità, a farsi carico di scelte che gli competono e che non può delegare ad altri.

Il volontario può aiutare l’uomo che ha di fronte a rientrare in sé, a riscoprire l’importanza della sincerità e della verità. Il rischio grande, in carcere, è che il detenuto bari con tutti, a cominciare da se stesso.

“Far prendere coscienza del bene e del male; del bene non fatto e del male fatto. Attraverso un dialogo reale e costruttivo, non polemico o accusatorio, un dialogo capace di promuovere riflessione interiore, consapevolezza e volontà di cambiamento (Card. Carlo Maria Martini).

 

3.2.  Tutela dei diritti e della dignità della persona

“Nessuno oggi, arrestato o condannato, arrivando al carcere ha la coscienza di entrare nel luogo della sua redenzione, nel palazzo costruito per il suo recupero. A tutti coloro che vi entrano, il carcere appare come il luogo costruito per punirli, per privarli della loro libertà, forse qualcuno potrebbe dire, anche per annientare la loro personalità. C’è di più. Alle volte capita di assistere,  impotenti spettatori, a violenze irrazionali e avvilenti commesse contro la persona umana, uomini e donne, nell’ambito del carcere e del sistema di violenza che si sviluppa e si riproduce all’interno del carcere stesso”. (Card. Carlo Maria Martini -  Roma,discorso ai cappellani 1983).

Anche lo stesso detenuto può perdere la stima di se stesso, non sentirsi un valore, tanto meno un figlio di Dio; al contrario può sentirsi una nullità, un fallito, un disperato. Questi sentimenti accresciuti dalle circostanze e dall’isolamento possono avere effetti autodistruttivi. Tutelare la dignità della persona detenuta esige che per primi crediamo che ogni persona umana è portatrice di valore, indipendentemente dalle azioni che lo hanno portato in carcere. E’ un cammino di “fede” difficile, ma si può affrontarlo se abbiamo la convinzione di essere noi per primi “inclini al male, ad ogni male”.

La violazione dei diritti all’interno del carcere in alcuni casi è eclatante, ma più spesso ha contorni indefiniti. Non siamo quasi mai testimoni diretti, ascoltiamo il racconto dei detenuti, a volte impreciso o esasperato. E’ necessario quindi usare discernimento e molta discrezione se si vuole portare il problema a chi di competenza.

In presenza di fatti particolarmente gravi e/o ripetuti possiamo chiedere che il detenuto  metta per iscritto i fatti e il volontario (meglio il Presidente), in accordo con l’Associazione, potrà farsi portavoce presso la Direzione. Queste dichiarazioni sono difficili da ottenere; prevale il timore di esporsi, di subire ritorsioni. E’ comunque sempre necessario condividere le situazioni difficili con gli altri volontari per poter intraprendere un’azione comune, coordinata e più incisiva.

 

3.3. Reinserimento sociale

Situazione ben descritta dal giudice Giuseppe Anzani: “L’uscita dal carcere non è automaticamente l’approdo a un’Itaca felice. Questo vale anche per quelli che la pena l’hanno scontata fino all’ultimo minuto e perciò hanno “pagato il debito”  e non devono dire grazie. E’ invece un ritorno che assomiglia a un’odissea prolungata e conosce le sue tempeste. Il rientro è affidato a una vela spezzata e ricucita (se il carcere l’ha ricucita) ed esposta ai venti amici e nemici dell’aiuto e dell’ostilità sociale. La storia delle recidive e del pendolarismo carcerario dovrebbe averci insegnato qualcosa; per  esempio, che è diverso dire a un uomo “sei riabilitato torna fra noi” dal dire “hai pagato, vattene”. Andarsene, sì, ma dove? E’ facile dire: a casa, si capisce; dalla tua famiglia, al tuo lavoro. Invece spesso la casa non c’è, non c’è mai stata o è stata perduta. E la famiglia ha girato le spalle, murata nel dolore e nella vergogna. Il lavoro che scarseggia per i bravi ragazzi non si dà facilmente agli avanzi di galera. Allora restano forse soltanto gli azzardi, i vecchi amici di scorribanda....”.

Facciamo nostra l’affermazione del Card. Carlo Maria Martini: “C’è più sicurezza per la gente quando c’è più recupero per i detenuti , equazione che va sempre tenuta presente”. Il recupero sociale dei detenuti, dei condannati ammessi a misure alternative, degli ex detenuti, è determinato in grande misura, dalla possibilità di trovare un lavoro ed una casa. E’ pertanto importante promuovere la “messa in rete” di tutti i soggetti interessati, per favorire l’assunzione di corresponsabilità nel processo riabilitativo della popolazione carceraria.

L’On. Mario Gozzini, promotore della legge sulle misure alternative, affermava: “Vi sono due problemi distinti, anche se per nulla separati. Da un lato, quello di ‘liberarsi dalla necessità del carcere’, inventando altri tipi di pena; dall’altro, finché il carcere esiste, si tratta di ordinarlo e gestirlo in modo che la vita reclusa provochi nel condannato un mutamento di fondo, una liberazione, appunto, dalla tendenza e dalla scelta criminale…. Altra è la sentenza del processo che è simile a un fotogramma fisso in quanto ferma un fatto e lo giudica nel contesto delle sue circostanze; altra è l’esecuzione della pena, non più un fotogramma fisso ma un film in movimento, lungo il quale il soggetto può cambiare, diventare una persona diversa.”

Anche se l’azione educativa volta al reinserimento è a beneficio di tutte le persone detenute, particolare impegno è richiesto per coloro che sono in prossimità del fine pena o sono nei termini previsti dalla legge per poter usufruire delle misure alternative.

Spesso espongono al volontario il loro bisogno di trovare un lavoro o un’abitazione e chiedono di farsi portavoce presso l’educatore o l’assistente sociale. Il volontario li mette a conoscenza dei servizi a cui si possono rivolgere, tenendo presente che, alcuni, nel tempo, possono subire modiche e sottolineando che nessuno di questi offre garanzie di soluzione ai problemi.

 

 

4. STILE DEL VOLONTARIO

Gratuità del servizio

Non significa semplicemente che si tratta di una attività non retribuita. E’ mettere a disposizione il proprio tempo, le proprie capacità, qualità, a favore delle persone detenute; è soprattutto “amare gratuitamente la persona, chiunque sia, anche se colpevole” come afferma il Card. Carlo Maria Martini. Non attendersi soddisfazioni, se non quelle intrinseche di aver operato per il bene.

Occorre mettere nel conto delusioni, capita di non ricevere neppure un grazie, dopo essersi dati tanto da fare.

Può succedere che il detenuto con il quale il volontario ha instaurato un ottimo rapporto una volta liberato non si faccia più sentire: il volontario gli ricorda un periodo che vuole scordare oppure, purtroppo, perché rientrato nelle “abitudini” precedenti la carcerazione.

 

Relazioni autentiche

Il volontario, per prima cosa, deve costruire relazioni, recuperando un contatto umano autentico con l’uomo detenuto destinatario degli interventi. Occorre un’attenzione continua con l’altro; un’attenzione che permetta di cogliere i bisogni, ma soprattutto di scorgere in ognuno le potenzialità che spesso rimangono latenti.

 

Ascolto

Occorre credere nel valore dell’ascolto come servizio alla persona. Ascoltare è più faticoso che parlare. La fatica maggiore è quella del “silenzio attivo”, che diventa spazio per il mondo dell’altro, uno spazio accogliente. Accogliere il mondo dell’altro suscita sentimenti ed emozioni, che occorre saper riconoscere e gestire.

Ascoltare con serenità, senza interruzioni con giudizi o frasi tipo “se fossi in te, farei”.

Verificare di aver compreso le intenzioni di chi ci parla, perché è molto facile interpretare secondo i nostri criteri. Permettere al detenuto di esprimersi con sincerità è un momento di rara libertà. A volte si tratta di raccogliere sfoghi, rabbie, ire.

Un detenuto scriveva: ”Il diritto all’ascolto è importante quanto il diritto alla parola”.

 

Non giudicare

Il volontario ha di fronte un uomo privato della libertà. Di lui non sa nulla, non sa come sia cresciuto, che genitori ha avuto, quale ambiente e quali esperienze abbiano determinato le sue scelte.

Il saggista Hein diceva: “Quando si è pieni di voglia di giudicare, resta poco spazio per la saggezza”. A volte bastano davvero poche sagge parole di invito al bene. E’ più importante che il volontario sia saggio piuttosto che colto: volontari semplici, ma di buon senso.

“Non dobbiamo essere noi i primi a rinfacciare al peccatore il suo delitto né a rimproverarlo. Deve essere la sua coscienza. La coscienza è il nucleo più segreto, il sacrario dell’uomo e noi dobbiamo tornare ad educare la coscienza dell’uomo, senza imposizioni né violenze, con il massimo rispetto, attraverso la ricerca della verità. Per questo ci è detto di non giudicare e di non condannare. A noi spetta aiutare l’uomo ad ascoltare il giudizio della sua coscienza. E’ un esercizio spirituale da fare insieme nell’ascolto della Parola di Dio e nel silenzio religioso. Ogni giudizio che viene dall’esterno, da uno sconosciuto, specialmente se accompagnato da forme di superiorità, sarà certamente rifiutato, con un silenzio rabbioso, con improperi, forse con gesti aggressivi. Al contrario, il giudizio interiore, quello della coscienza personale, è riconosciuto ed accettato, almeno per qualche attimo, anche dal peggiore degli uomini. All’autorità della propria coscienza ci si sottomette più intieri; si sottomette perfino il ribelle, il nemico di ogni norma e di ogni potere estraneo.” (Card. Carlo Maria Martini)

 


LO STATUTO (estratto)

Art. 1
E’ costituita una associazione denominata “Carcere Aperto”, tra persone che, senza distinzione sociale e/o religiosa, operano come volontari a favore dei detenuti. Ha sede in Monza, (Milano), con possibilità di costituire sedi operative secondarie sul territorio del circondario.

Art. 2
L’Associazione è disciplinata dal presente Statuto che può essere modificato solo con deliberazione dell’Assemblea Straordinaria dei Soci appositamente convocata. L’Assemblea dei soci potrà deliberare un regolamento che, nel rispetto del presente Statuto, disciplina ulteriori aspetti relativi all’organizzazione e alle attività dell’Associazione.

Art. 4
L’Associazione ha le seguenti finalità di carattere sociale:
  1. agire in proprio e in collaborazione con le forze sociali, private e pubbliche, a favore dei carcerati, dei dimessi dal carcere e delle loro famiglie.
  2. collaborare con gli operatori penitenziari per raggiungere un reale rispetto della dignità della persona del carcerato e un suo effettivo reinserimento sociale, secondo l’Art. 1 della Legge di riforma penitenziaria n. 354 del 26/07/75
  3. sensibilizzare l’opinione pubblica alla realtà del carcere e ai problemi che esso pone ai detenuti e alle loro famiglie.
  4. promuovere iniziative di lavoro (come cooperative) in carcere e fuori, per venire incontro alle necessità di detenuti, ex-detenuti e di coloro che possono beneficiare delle misure alternative alla carcerazione previste dalla Legge.
  5. organizzare e sostenere l’apertura di case di accoglienza per ex-detenuti allo scopo di favorire il loro reinserimento nella società.
Art. 5
Il patrimonio dell’Associazione sarà costituito da libere offerte, quote associative, eventuali donazioni ed erogazioni da parti di enti pubblici e privati. L’Associazione stabilisce la gratuità delle cariche associative nonché la gratuità delle prestazioni fornite dagli aderenti; consente il rimborso delle spese sostenute dai soci in nome e per conto della stessa. L’Associazione provvederà all’assicurazione dei soci contro infortuni malattie e responsabilità civile verso terzi, connesse allo svolgimento delle attività di volontariato dell’Associazione.

Art. 6
Possono far parte dell’Associazione tutti i cittadini che ne fanno richiesta, che ne condividono le finalità, che accettano lo Statuto, che vengono accettati dal Consiglio Direttivo, che versano la quota associativa annuale. I soci si dividono in soci attivi e inattivi:
- I soci Attivi sono i Soci Fondatori che firmano l’atto costitutivo notarile e i Soci Operatori che operano all’interno del Carcere come volontari con il permesso ex art. 17 o 78 della Legge 354/75, o che operano all’esterno del carcere per la realizzazione delle finalità dell’Associazione.
- I soci Inattivi sono i soci sostenitori e i soci simpatizzanti che danno un sostegno materiale o morale senza operare direttamente all’interno dell’Associazione.

Art. 10
Gli organi dell’Associazione sono:
a) l’Assemblea dei Soci
b) Il Consiglio Direttivo
c) Il Presidente

Art. 24
Per quanto non è espressamente previsto e regolato nel presente Statuto, si invia alle norme del codice civile e alle norme vigenti in materia di volontariato, secondo la Legge nazionale 266/91 e la legge regionale 22/93 e successive modifiche.

 


L'ASSOCIAZIONE E LA STAMPA  

 

 

A MONZA CATECHESI E PREGHIERA DIETRO LE SBARRE

Avvenire, inserto di Milano, 3 febbraio 2008, di Filippo Magni. Intervista a Tina Mariani.

 

“…ero carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 36). C’è un gruppo di persone che vive la carità con il gesto indicato da Gesù per entrare nel Regno dei cieli: i membri di “Carcere aperto”, associazione che raggruppa volontari che operano nella Casa Circondariale di Monza e vengono da comuni del territorio. Sono circa 50 e svolgono svariate attività all’interno della prigione: ascolto dei detenuti, animazione, assistenza e catechesi. Diversi i gesti, ma con gli stessi obiettivi: farsi prossimi ai carcerati e partecipare alle loro sofferenze portandogli il conforto della Parola di Dio.

«Quest’anno – racconta una volontaria impegnata nella catechesi -: stiamo affrontando il Vangelo di Giovanni. Ogni incontro inizia con una preghiera, poi leggiamo un brano evangelico, spiego le parti di più difficile comprensione e discutiamo del messaggio di Gesù. La partecipazione alla catechesi è libera e a numero chiuso data anche la ristrettezza dei locali, nella sezione affidata a me ci ritroviamo solitamente in 15». In un ambiente delicato come quello carcerario le preghiere hanno un peso differente: «I detenuti – spiega – recitano più facilmente l’Ave Maria. Il Padre Nostro, con il passaggio “sia fatta la Tua volontà”, è difficile da accettare per un carcerato, che si chiede “Dunque la volontà di Dio è che per le mie colpe io viva in questo modo disumano, senza libertà?”».

Provvidenza, misericordia, colpa, peccato, amore sono termini che al di là delle sbarre assumono tutt’altro significato. Costretti tutto il giorno nei 15 metri quadrati di una cella da condividere in 2 e se va male anche in 3, è facile prendersela con il destino, Dio, il mondo. «Lo stile di noi volontari – prosegue – è di non infierire su chi già vive in una situazione di sofferenza. Per questo non costringiamo i carcerati a riflettere sui crimini commessi, ma piuttosto diciamo con le parole e la testimonianza che anche per loro c’è una via d’uscita, che la misericordia di Dio è sconfinata e che nessuno è così peccatore o così criminale da non poter ricevere il perdono del Signore e ricominciare una vita nuova».

Da questo punto di vista la parabola della pecorella smarrita è più significativa di tanti discorsi, spiega la volontaria: «Lo ripeto spesso ai detenuti: ricordate che il pastore lascia le 99 pecore per andare a cercare quella che si è persa. E quando la ritrova è più felice per lei che per le altre sempre rimaste con lui». Il discorso vale per tutti: le catechesi vengono seguite anche nella sezione dei cosiddetti “protetti”. Sono collaboratori di giustizia, violentatori, pedofili, tenuti separati dal resto dei prigionieri per evitare che siano sommariamente giustiziati secondo il tacito codice che vige nelle carceri. L’associazione dice anche a loro che la colpa, il peccato, il crimine sono mali da soccorrere, ma possono finire. La misericordia e l’amore di Dio invece sono per sempre.

I carcerati attendono con ansia l’arrivo dei membri di “Carcere aperto”, per sfogarsi e dialogare. Se non fanno breccia immediatamente nei loro cuori le catechesi, il messaggio evangelico passa attraverso i gesti dei volontari cui i detenuti si affezionano in fretta e ai quali sono grati per il tempo che dedicano loro. «Un uomo che entra in carcere – conclude la volontaria – sa che la macchia della galera rimarrà anche al termine della pena e vede chiuse davanti a sé le porte della società». Se però è la società per prima ad aprire uno spiraglio, mediante un volontario che va a trovarlo per condividere un briciolo di speranza, la prospettiva di vita cambia radicalmente.

 

 

QUANDO UN LIBRO E’ IMPORTANTE ANCHE SE NON LO SI LEGGE

Opinione libera, 1 settembre 2007. Intervista ad Oreste Biondelli volontario presso la legatoria del carcere di Monza.

 

Oreste, ogni mattina, puntualmente si reca presso la Lavorazione 1 dela casa circondariale dove ha sede la legatoria che dà lavoro ad alcuni detentuti dell’istituto. E’ una persona dallo sguardo dolce, ma deciso e preciso e ci ha incuriosito questo suo volontariato in carcere, perciò abbiamo voluto approfondire la sua conoscenza.

Gli abbiamo chiesto per prima cosa, quale lavoro svolgesse prima di entrare anche lui dietro le sbarre e, con immediatezza ci ha risposto: “Ho fatto l’artigiano rilegatore per 50 anni, più 13 da operaio; però già due anni prima di chiudere l’attvità di artigiano ho sempre pensato di lavorare per gli altri, e pensavo proprio ad un carcere, ma come fare?”

 

Che cosa l’ha spinto a fare il volontario in carcere?

“Mi sono spesso domandao: ma i carcerati lavorano? Ci sarà una legatoria all’interno delle carceri? Ebbene a tutte queste domande ho ottenuto una risposta durante un prelievo del sangue di controllo. Quando infatti ero in fila per fare gli esami del sangue, ho conosciuto don Riccardo il quale mi diceva che è il cappellano del carcere di Monza. Gli chiesi subito se i carcerati lavorassero e lui mi rispose che c’erano vari laboratori tra cui la Legatoria. Da cosa nasce cosa, così don Riccardo fece la richiesta per una visita e, data l’accoglienza di chi lavorava in legatoria, accettai subito di diventare volontario in carcere”.

 

Come è stato il suo primo impatto col carcere? Qualcuno gli aveva parlato del carcere?

“Naturalmente mia moglie non era così contenta, mi diceva: volontario, sì, ma proprio in carcere?
Però io avevo trovato quello che desideravo, cioè diventare volontario in carcere.
Devo dire che non immaginavo che fosse un luogo così lugubre, fatto di sbarre, di porte di ferro e di passaggi obbligati. Nonché di attese. Penso proprio di aver fatto la scelta giusta e, con il tempo, anche mia moglie si è rasserenata anzi, a volte, chiede notizie sul lavoro dei detenuti.

 

Ma qual è l’utilità di fare il volontario in carcere?

“L’utilità di fare il volontario in carcere è, prima di tutto, realizzare il grande amore che mi lega ai libri da rilegare, perché nella mia legatoria penso di averne rilegati qualche milione, con clienti anche importanti come, ad esempio il professore Veronesi anche quando era ministro. Clienti che poi sono diventati amici. Ora i miei amici sono i detenuti della legatoria e altri che ho conosciuto nei momenti di pausa. Lavoriamo su libri portati al laboratorio dai responsabili della cooperativa Teseo, i testi possono venire da vari enti: biblioteche, comuni, come nel caso delle delibere del comune di Cinisello. Questo tipo di impegno lo svolgo con la stessa volontà di quand’ero artigiano, tanto per dire, anche in agosto, quando sono a riposo vengo a trovare i miei amici detenuti e a dare loro una mano perché so che anche solo parlare può alleviare il peso del loro cuore”.

 

Com’è lavorare con delle persone recluse, lo consiglierebbe come impegno?

“Naturalmente lo consiglio, molte persone, infatti passano le loro giornate al bar, sprecando tutto il loro tempo libero. Anche se quando ne parlo, trovo molto scetticismo, anzi mi chiedono se ho paura. La mia risposta è che la cattiveria è più all’esterno del carcere, mentre i miei detenuti mi vogliono bene. Lavorando con loro oltre all’insegnamento tecnico su come si rilegano i libri si parla di tutto, sport, donne, morale, per cui si realizza una formazione umana più ampia. Naturalmente non ho mai chiesto il perché della loro carcerazione, non spetta a me sapere né giudicare. Di qualche detenuto uscito conservo delle lettere di commiato che hanno parole molto commoventi. Questo mi conforta nel proseguire la mia attività”.

 Uno dei motti introdotti da Oreste in legatoria ci appare molto significativo per sintetizzare la sua persona ed il suo impegno per questo lo riproponiamo: Il Bene. Farlo è un dovere, riceverlo è un piacere, pensarlo è gratificante, non farlo è umiliante”.

 

 

solo l’amore educa

Opinione libera, 1 aprile 2006.  Articolo del cappellano a commento di un intervento di Massimo Cacciari sul Corriere della sera.

 

Per quanto possa capire, Cacciari sostiene che la carcerazione si giustifichi solo quando è necessaria per autodifesa della società, mentre sia da escludere la possibilità di trovare un senso positivo alla carcerazione come pena e quindi come sofferenza intenzionalmente inflitta. Se la società tiene in carcere una persona perché potrebbe reiterare il reato, è chiaro che quella persona detenuta soffre. Ma la sofferenza, in questo caso, è solo una conseguenza e, siccome non è intenzionalmente voluta, si cercherebbero forme di reclusione dove sono garantite le esigenza di sicurezza sociale, ma dove la sofferenza è minima.

Egli cita dati empirici che dimostrano che la sofferenza della pena non serve come deterrenza al reato, mentre aggiunge che, far soffrire come vendetta chi ha fatto soffrire altri, è diabolico. Che a mente fredda, quando ormai le sofferenze delle vittime non possono più essere cancellate, qualcuno si incarichi di procurare, ad un altro, sofferenze intenzionalmente volute, sarebbe mostruoso e disumanizzante.

Infine, dice Cacciari, far soffrire per rendere migliore una persona era pensabile soltanto nella cultura pessimistica del mondo greco antico, ma non è più accettabile dopo Gesù. Sarebbe questo uno dei frutti maturati dalle radici cristiane della cultura occidentale, convincenti e accettabili anche per coloro che non si dichiarano esplicitamente cristiani.

Che si pensi ancora che la sofferenza sia educativa e aiuti una persona a migliorarsi, è rimasto tuttavia nella nostra mentalità e lo si vede quando qualcuno si stupisce che i detenuti abbiano la televisione in cella: “Bisognerebbe lasciarli senza tutto... così imparano”. Ma lo si vede anche quando un genitore punisce il figlio e gli nega i soldi del gelato, perché ha preso un brutto voto a scuola:  “... così impara”.

No, soffrire non educa: solo l’amore educa. Per questo nella prassi della chiesa di Gesù, la stessa “penitenza” imposta al peccatore deve avere il senso positivo di un’azione che serve a ricostruire un tessuto di relazioni lacerato dal peccato. La penitenza si dà quando il peccatore ha già imparato la cosa più importante: che con il suo peccato si è messo fuori dalla comunità e che la comunità è un bene a cui ritornare per portarle il proprio contributo di originalità. Sarà inevitabilmente un percorso “penoso”, ma quello che si vuole raggiungere è il reinserimento nella comunità e non la sofferenza. Questa prassi della comunità cristiana afferma un’idea della persona e delle relazioni sociali che vuole essere esemplare anche per la comunità civile.

Quello che si deve generare nel peccatore è “il dolore dei peccati”, ma questo dolore non nasce dalle sofferenze subite; nasce piuttosto dall’amore. D’altra parte, i detenuti sanno che ciò che più li fa soffrire non è restare chiusi, ma è vedere la loro famiglia, le persone care che sono rimaste deluse e stanno soffrendo a causa di quello che è successo (in questo senso è proprio vero che soffrono anche gli innocenti). Solo l’amore di qualcuno che ti vuole bene sa suscitare quel dolore, che è dolore vero, dolore penoso, e che, senza essere umiliante, aiuta a diventare umili e a desiderare di far contenti gli altri per meritarsi ancora lo stesso amore.

“Dio è amore” questo ci ha fatto capire Gesù, come ci ricorda papa Benedetto, e l’amore di Dio è capace di trafiggere il cuore dell’uomo peccatore. Questa è la pena che Dio ci infliggerà per le nostre colpe: il dolore straziante di avere deluso qualcuno che ci ama. Questa è l’unica pena capace davvero di restituire un uomo alla società: dimostrargli che con il suo comportamento ha deluso una società che aveva e continua ad avere fiducia in lui.

 

don Riccardo Festa